Perché è nato Fenix Garage? Per il desiderio di dire la nostra in un mondo che va crescendo a velocità incredibile. Sembra oramai che possedere una moto, per luccicante, potente e ben costruita che sia, non basti più. La moto deve esprimere il carattere di chi la cavalca. Tu ed io possiamo amare lo stesso modello di moto, ma per motivi diversi, addirittura opposti. E…bisogna farlo sapere.

In effetti, non siamo partiti con l’idea di entrare sul mercato, ma per il desiderio, magari snob, ma solidamente legato all’amore per la moto, di avere un luogo dove far prendere forma ai nostri desideri meccanici. Una café racer assemblata con parti provenienti da diverse moto ma capace di assumere una personalità incredibile, oppure la moto di cui eravamo stati innamorati da giovani (ahimè parliamo di cinquant’anni fa), quando vedevamo sfrecciare le Kawasaki mach3 o saltare le Ancillotti da cross, e noi non andavamo oltre ad un Testi trial (…con gratitudine). Così è stato, ma poi, qualche amico ha chiesto se poteva anch’egli andare a pescare nel pozzo dei ricordi, dei desideri inespressi, e così abbiamo “dovuto” darci una dimensione meno carbonara, più alla luce del sole. Ecco FENIX GARAGE. Niente di più.

Perché è nato Fenix Garage? Per il desiderio di dire la nostra in un mondo che va crescendo a velocità incredibile. Sembra oramai che possedere una moto, per luccicante, potente e ben costruita che sia, non basti più. La moto deve esprimere il carattere di chi la cavalca. Tu ed io possiamo amare lo stesso modello di moto, ma per motivi diversi, addirittura opposti. E…bisogna farlo sapere.

In effetti, non siamo partiti con l’idea di entrare sul mercato, ma per il desiderio, magari snob, ma solidamente legato all’amore per la moto, di avere un luogo dove far prendere forma ai nostri desideri meccanici. Una café racer assemblata con parti provenienti da diverse moto ma capace di assumere una personalità incredibile, oppure la moto di cui eravamo stati innamorati da giovani (ahimè parliamo di cinquant’anni fa), quando vedevamo sfrecciare le Kawasaki mach3 o saltare le Ancillotti da cross, e noi non andavamo oltre ad un Testi trial (…con gratitudine). Così è stato, ma poi, qualche amico ha chiesto se poteva anch’egli andare a pescare nel pozzo dei ricordi, dei desideri inespressi, e così abbiamo “dovuto” darci una dimensione meno carbonara, più alla luce del sole. Ecco FENIX GARAGE. Niente di più

Il fenomeno di chi, come Fenix Garage, progetta sul progettato, esiste da sempre, ma, è da un ventennio che ha assunto dimensioni importanti, a seguito, a detta dei sociologi, del rifiuto alla generalizzazione, all’omologazione imposte dal mercato globale. La customizzazione di una motocicletta è nata con la motocicletta, dalla propensione del rider a trasformare il suo mezzo in modo da guidare un qualcosa di unico. Il fenomeno è da sempre trasversale. Non c’è marchio di moto che ne vada esente, anche se, pare, tutto sia partito dalle Harley Davidson, tanto è vero che le prime custom erano caratterizzate da una seduta molto bassa, un interasse lungo con pedane avanzate e in genere uno pneumatico posteriore largo, oltre a particolari accessori, realizzati come unici esemplari. La loro linea, a differenza di tutte le altre tipologie di moto, è rimasta invariata nel tempo e le custom continuano ad offrire particolare comodità sia per il pilota che l’eventuale passeggero. Di solito si distinguono per le numerose cromature presenti e spesso presentano livree e verniciature molto particolari e appariscenti. Possono montare protezioni aerodinamiche (generalmente fornite come optional) e, come ad esempio le cosiddette Grand Cruiser, sono in grado di trasportare bagagli voluminosi.

Si prestano estremamente bene alla personalizzazione (da qui il nome) sia estetica che motoristica.Esistono molti preparatori di moto Custom che forniscono parti estetiche o che creano da zero moto totalmente personalizzate.

Oggi anche in Italia sono molti i preparatori che contribuiscono ad elevare allo stato dell’arte questo mestiere puramente artigianale, i più noti non si limitano ad assemblare pezzi e parti recuperate nei numerosi cataloghi esistenti ma disegnano e costruiscono da zero parafanghi, fari, pedane, serbatoi e addirittura telai arrivando ad omologare come pezzi unici tali sculture motorizzate.

Le custom sono riconducibili oggi a numerose categorie, tra le più note ci sono i Chopper, i Bobber, le Cafè Racer ma nascono continuamente nuove denominazioni per collocare le opere dei customizer in una sorta di catalogo temporale allo stesso modo con cui si collocano le opere d’arte nella storia. Argomento a parte meritano poi le vintage.

I Chopper sono caratterizzati da forcelle lunghe e sono particolarmente diffusi dagli anni sessanta dello scorso secolo, in USA, quando anche celebri film li elevarono a strumento della libertà (Easy Rider). In Italia, sono invece rari, poco adatti alle nostre strade e alla nostra mentalità. In particolare, la loro posizione di guida, le modifiche telaistiche necessarie ad accogliere avantreni ingombranti, con la conseguente guida limitata ed impegnativa, ne fanno un mezzo poco godibile sulle nostre strade.

La locuzione Café racer nacque nel Regno Unito, durante la prima metà degli anni sessanta, per indicare in modo dispregiativo i motoveicoli che i giovani del movimento Rocker ostentavano, parcheggiando davanti ai locali che frequentavano, le loro motociclette stradali spogliate di tutto quanto legato al turismo e dotate di accessori specialistici e sovrastrutture modificate – spesso autocostruiti – in maniera tale da sembrare moto da competizione, ma in realtà utilizzate esclusivamente per fare bella mostra. Oggi, tuttavia, per Café racer si intende una motocicletta dall’aspetto sportivo, spesso in stile rétro, strutturalmente e meccanicamente comparabile ad una motocicletta di serie. Con la diversificazione del mercato della motocicletta il principio stesso delle Cafè Racer è venuto meno, in quanto ormai disponibili vere e proprie race-replica. Questa tipologia di motociclette è rimasta come filosofia e stilemi costruttivi nel mondo della personalizzazione dove ciclicamente riacquista popolarità. Generlamente sono caratterizzate da una serie di modifiche estetiche, atte a valorizzare l’idea di velocità. Generalmente i manubri tradizionali, vengono sostituiti da bassi semimanubri che ricalcano quelli usati dalle moto da gara, mentre il sellone di serie è sostituito da una sella monoposto con codino e in taluni casi viene montato anche un cupolino aerodinamico anch’esso ispirato dalle competizioni. Le modifiche meccaniche, interessano sospensioni e freni rimpiazzati da componenti più prestazionali e spesso il motore viene sottoposto ad elaborazione con la sostituzione dei filtri dell’aria con eguali più porosi, o addirittura la loro rimozione, e l’installazione di carburatori maggiorati. L’impianto di scarico è anch’esso oggetto di modifiche, sostituendo il terminale di serie con un tromboncino, come quelli usati dalle moto da competizione. Questa modifica è spesso accompagnata dalla rimozione del silenziatore. Gli ammortizzatori vengono sostituiti da modelli più corti e rigidi.

Un bobber è un tipo di preparazione motociclistica, che ha preso forma negli anni cinquanta e che tuttora è molto diffusa. Le motociclette con questa preparazione, rappresentano un approccio minimalista al mezzo che viene spogliato di tutto ciò che non è indispensabile. Ciò include l’adozione del caratteristico telaio rigido e il parafango posteriore accorciato, chiamato bobbed. I bobber hanno uno stile molto spartano, ma non mancano mai pneumatici dalle spalle alte, sella monoposto e collettori bendati. Il tutto finalizzato a ricreare un look vintage tipico del secondo dopoguerra.

Lo Scrambler, in campo motociclistico, indica un tipo di motoveicolo con caratteristiche principalmente stradali, al quale sono state apportate lievi modifiche per renderlo adatto ad affrontare percorsi sterrati o brevi tratti fuoristrada di trascurabile difficoltà. Il termine “scrambler” deriva dal verbo ingleseto scramble” che significa mischiare. Così erano chiamate, in alcuni territori di provincia statunitensi della fine anni cinquanta, le motociclette stradali cui venivano applicati manubri, pneumatici e rapporti da fuoristrada, al fine di agevolmente percorrere le lunghe strade sterrate che collegavano i “ranch” alle vie di comunicazione pubbliche. Arrivato in Europa, il termine fu utilizzato soprattutto dalle case italiane e inglesi che, a partire dagli anni sessanta, sfornarono un cospicuo numero di modelli “scrambler”. Il fenomeno non attecchì completamente, ma negli ultimi decenni, lo scrambler sta ritrovando nuova linfa tra gli appassionati, vuoi per la reale duttilità del mezzo, che grazie alla tecnica e alle componenti moderne permettono prestazioni eccellenti su ogni percorso, vuoi per l’evocativa epopea dei rally africani a cui si ispira la quasi totalità dei modelli attualmente prodotti.

Anche il restauro dei modelli da deserto anni 70 -80, mono e bicilindrici, così come delle moto da enduro che partono dagli anni 50 (quando si chiamava regolarità) e da motocross è divenuto negli ultimi tempi, impegno quotidiano di autodidatti, artigiani e virtuosi. Trasformare una moto, seppure stradale, in una scrambler è esercizio di grande soddisfazione, per chi la produce e per chi la conduce.